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Io sono il lupo
di Manuela Rossetti - Maurizio Guiducci


Pubblicato su News del SHCI
Questa intervista al prof. Luigi Boitani, riprende temi lasciati in sospeso in quella già pubblicata nel 2000 da Work Dogs, e arricchita da ulteriore materiale scaturito da una nuova "chiacchierata" avuta nel maggio del 2004.

Io sono il lupo

Quanto segue è frutto del materiale raccolto in una nostra passata intervista al prof. Luigi Boitani. Materiale da cui scaturì un inserto allegato alla rivista Work Dogs di qualche anno fa (gennaio 2000). In realtà di materiale ce n’eravamo tenuto altro, proprio pensando ai nostri cani. Lo abbiamo riascoltato, tutto. Abbiamo preso un nuovo appuntamento col professore che, come già la prima volta, ci ha accolto più che gentilmente, e siamo tornati ad integrare alcune domande, altre ad aggiornarle. Partire dal lupo, di cui il prof. Boitani è uno dei massimi studiosi a livello mondiale, per arrivare al cane, e, quando possibile, al nostro Siberian. Tutto ciò passando per l’uomo. E si, perché la molla che aveva già allora mosso il tutto è stata proprio questo triplice rapporto. Lupo, uomo, cane (nell’ordine che volete).
“Già c’è qualcuno che parla del lupo che ha addomesticato l’uomo”. Affermazione dirompente. Stavamo parlando col prof. Valerio Sbordoni della 2° Università di Roma (Tor Vergata), altro grosso nome a livello mondiale, biologo popolazionista ed evoluzionista, meno noto a livello popolare ma non meno in quello accademico (e non meno gentile), dal quale ci eravamo recati per alcuni chiarimenti tecnici, anche banali, quando questa frase (non ricordiamo in che contesto) è, letteralmente, esplosa.
Questo filo ci ha portato ad incontrare il prof. Boitani.

L’UOMO DEI LUPI…

Molti conosceranno il prof. Luigi Boitani, a livello universitario certamente uno dei maggiori studiosi del lupo, in particolare il Lupo Italiano, con numerosi lavori e studi alle spalle, anche in collaborazione con altre università, certamente studioso di fama mondiale. Chi vuole può andare a curiosare sul suo curriculum in rete all’indirizzo:
www.scienzemfn.uniroma1.it/scibio/Doc/Curr/Boitani.htm
presso il sito dell’università La Sapienza di Roma. A livello popolare sicuramente già noto fin dalla presentazione del suo libro “Dalla parte del lupo”; numerose sono le sue apparizioni in programmi televisivi di divulgazione scientifica. Oggi, come allora, ci ha ospitato nel suo studio presso l’università ed è stato attento alle nostre domande, spesso ingenue, spesso fuori finanche da un contesto scientifico, e con molta attenzione ha cercato di rispondere…

ED I LUPI

Il pensiero rivolto, inevitabilmente, ai nostri cani, l’idea centrale, quella frase dirompente: il pensare che se è vero che il cane non esisterebbe se il lupo non avesse incontrato l’uomo, probabilmente l’uomo culturalmente sarebbe diverso da ciò che è. Le parole, che dal selvatico sono passate all’animale domestico, che dal ruotare sul “primo incontro” hanno portato a parlare di quel complesso incastro di culture, di simbiosi che, inevitabilmente, quando toccano l’uomo non possono non essere viste su di un piano oltre che biologico anche culturale. La cultura nell’uomo, ma anche nel lupo e nel cane…
Iniziando a parlare col prof. Boitani però non potevamo non iniziare col dire del lupo, del nostro Lupo Italiano. Il lupo, la cui situazione in Italia “ha continuato a migliorare come già vi erano stati segnali sin dai primi anni ottanta”. La cui popolazione è passata dal centinaio di soggetti di più di venti anni fa, tempo cui risale il lavoro, partigiano e divulgativo “Dalla parte del lupo” che, non possiamo negarlo, è il nostro primo riferimento, ai “circa cinquecento animali” pur se “la stima totale è difficile farla”. Questo selvatico è andato via via ripopolando parte del territorio originario ed oggi è “distribuito dalla Calabria alle Alpi Occidentali e fin forse al Parco del Gran Paradiso” (fig. 1). Un animale che si “muove a gran velocità e notevolmente disperso sul territorio”. E quando pensiamo a questo selvatico non dobbiamo vederlo come un animale fisso sempre nel medesimo luogo, il branco stesso è in perenne movimento ed in movimento gli stessi individui, tranne nel periodo della tana; insomma un nomade che si sposta nell’area di caccia. Ed a questo animale dobbiamo subito giustizia. Di là della sua fama (che poi analizzeremo meglio proprio alla luce delle influenze culturali) normalmente evita quando li conosce gli insediamenti umani, le sue sono spesso predazioni furtive e finanche occasionali; “noi abbiamo fatto l’analisi dei danni arrecati dal lupo, l’ottanta per cento degli attacchi porta al massimo all’uccisione di due pecore, quindi non c’è mai la strage”. Ben più danni probabilmente sono da ascrivere ai cani randagi che invece non sfuggono l’uomo; questi figli del lupo, prima amati poi rinnegati. Ma qui forse dovremmo parlare dell’uomo. Uomo che nel recente passato ha ferocemente braccato questo selvatico che qui in Italia “è più volte passato attraverso un collo di bottiglia”, in altre parole una gravissima riduzione numerica della popolazione con enormi rischi genetici, tali da minare l’integrità della popolazione stessa. Il lupo che però “comunque mantiene un’alta variabilità”. Il perché di questo? “Nel caso di una popolazione libera anche se c’è stato un collo di bottiglia, parliamo comunque di almeno un centinaio di soggetti, quello che conta è la velocità con la quale la popolazione si è riespansa…ed il lupo è un animale ad alta velocità d’accrescimento, in pochi anni da una coppia si può avere una popolazione enorme” ed ovviamente dobbiamo anche pensare che la situazione genetica del lupo dovesse essere già molto buona in partenza. Se la popolazione ha la possibilità di un’espansione veloce si ricrea facilmente una buona variabilità genetica, una buona biodiversità, anche partendo da un numero basso d’individui; ovviamente la situazione genetica deve essere originariamente buona. Ed ancora guardando al lupo, e conseguenza di atteggiamenti umani non definibili civilmente, chiediamo quale sia il peso, sulla popolazione e l’ecologia del selvatico, dei cani randagi e dei cani rinselvatichiti (i primi sono animali, perlopiù abbandonati dall’uomo, i secondi sono cani nati in libertà da randagi e che mai con l’uomo hanno avuto contatti diretti ed i cui comportamenti sono “abbastanza” sovrapponibili a quelli del lupo). Chiediamo soprattutto in riferimento ai rinselvatichiti che, Boitani ci conferma, possano anche incrociarsi col lupo; rinselvatichiti conseguenza dell’abbandono e del randagismo (fenomeno di per se già problematico sull’ecosistema umano ed animale e di cui, sinceramente vediamo lontana la risoluzione)(fig 2). Quanto animali rinselvatichiti possono condizionare l’ecologia del lupo? “Sono ipotesi quelle che possiamo fare perché in realtà poi dati sufficienti per permettere delle affermazioni incontrovertibili non ci sono, però abbiamo delle indicazioni in tal senso, che per esempio se un area è occupata in maniera forte da un gruppo di cani rinselvatichiti non può essere ricolonizzata dal lupo. Quindi c’è una sorta di territorialità, d’altra parte ovvia… il lupo se può se lo mangia il cane però se ci sono venti cani ed il lupo è da solo…”. Quindi l’effetto possibile sulla popolazione del lupo è di entrare in concorrenza sul territorio, rischiando di togliere risorse al selvatico, “diminuire gli spazi possibili”. E per quel che riguarda gli ibridi, quali sono i danni genetici sulla specie; se lasciati incrociarsi liberamente e col lupo, tenderebbero a riavere i caratteri del selvatico? “Tutto dipende dal rapporto dei numeri”. E quali sono i danni sulla popolazione del lupo? “Non lo sappiamo perché in realtà noi abbiamo pochissimi dati sull’ecologia degli ibridi; quei pochi che abbiamo catturato anni fa, con tracciamenti radio… il comportamento lì è completamente uguale a quello del lupo. Però anche lì ad esempio, un branco era quasi tutto composto da ibridi, e quell’area non era stata più ricolonizzata dal lupo perché riconosciuti come conspecifici” … “per ora penso che sia giusto dire che non è così grave il problema dell’ibridazione perché in realtà sono casi isolati in un contesto che… almeno ci sembrano casi isolati in un contesto che ci sembra fortemente ancora occupato dal lupo”.

OSSERVARE UN’OMBRA

Io sono il lupo. / Io sono l'attimo. / Impronte sulla neve fresca, impronte presto cancellate. / Io sono il lupo, lo spirito del bosco. / L'attimo...
Perché quando corri nel vento non puoi essere che vento.
Sono l'ombra che scende leggera. / Sono il cacciatore e la preda. / Sono invisibile. / Sono uno e mille. Ed ululati nel vento... / Sono lo spirito del bosco. / Sono l'attimo.

Questa sensazione dell’Attimo, dell’ombra che si muove in silenzio e difficilmente osservabile, catalogabile, ci ha da subito posseduto, noi stessi probabilmente figli dei nostri condizionamenti culturali, ogni volta che abbiamo parlato di osservazioni di lupi, di analisi dei loro atteggiamenti. Sicuramente espressione poco scientifica ma che comunque vogliamo trasmettere: guardare al lupo, anche come archetipo dell’anima del bosco, almeno alle nostre latitudini. In un immaginario che trascende l’osservazione scientifica. Il tutto nato da molte affermazioni di Boitani. Perché il lupo è un animale che compie ampi e veloci spostamenti ed “è grandemente disperso” nel territorio, i cui branchi sono composti spessissimo da pochissime unità, la cui osservazione è spesso molto difficoltosa. Difficilmente osservabile in natura; ed anche se "moltissime osservazioni comportamentali in cattività sono state utilissime e continuano ad esserlo"; queste "non servono certo per capire un comportamento nel suo contesto ambientale ma per analizzare i meccanismi e lo sviluppo di molti comportamenti" e quindi, riferendoci ad una situazione naturale, "l'osservazione del lupo in cattività non ha senso, lascia il tempo che trova". In situazioni naturali frequentemente sono studi compiuti con mezzi aerei ed allora i lupi, distratti, a guardare in alto e poco osservabili nei loro comuni atteggiamenti. Gli esami sono osservazioni di tracce, passaggi, marcature di animali che andranno poi seguiti. Studio degli escrementi. Ed a quest’ultimo proposito è da dire che, come per molte altre specie, quest’ultimo “è molto facile” … “per cui è una delle cose che si fa più frequentemente” e che però dà indicazioni d’ordine generale “molto generale”. “C’è molta gente che, anche in Italia, lo usa poi per parlare di predazione” ed “è totalmente sbagliato, perché in realtà noi possiamo solo parlare di alimentazione, di dieta; cambia moltissimo. Però, entro certi limiti lo studio degli escrementi dà un indicazione almeno delle cose più importanti che sono state mangiate”. Ed è ovvio poiché il lupo non si nutre solo delle sue prede. Per quel che riguarda invece gli spostamenti, non possiamo avere da ciò indicazioni, “bisognerebbe marcare le feci”. “Col lupo non è mai stato fatto. Su altre specie è stato fatto di marcare un animale e poi, per esempio con degli isotopi radioattivi”, andare a seguirlo.
Insomma, il lupo, per la sua stessa caratteristica di predatore, alle nostre latitudini al vertice della piramide alimentare, animale disperso nel territorio, così difficilmente osservabile.
Guardare all’orizzonte alla ricerca dell’attimo non carpito… anche noi finiamo per inseguire il nostro immaginario.

DAL LUPO AL CANE

Figlio del lupo / Rubato alla luce accecante d'Immobilità / Portato nel cerchio / Sfamato, impaurito / Non più impaurito / Guiderò la tua slitta / Squarcerò Immobilità e troverò l'attimo / E' ciò che vuoi E' ciò che ti darò / La mia vita

Il cane è “una popolazione domesticata del lupo”. Quindi lupo e cane sono la stessa specie e la domesticazione va ricondotta ad un incontro datato tra i 12.000 ed i 15.000 anni fa. Ricordiamo un vecchio libro di Konrad Lorenz “E l’uomo incontrò il cane”, qui il padre della moderna etologia faceva risalire l’origine di alcune razze canine al lupo, altre allo sciacallo. Chiediamo. “Lo stesso Lorenz fece poi marcia indietro su queste conclusioni”. Vediamo ai nostri compagni di tutti i giorni come ad una costola dell’attimo, quindi, del selvatico cui la vita si è così strettamente intrecciata con quella dell’uomo. Se introduzioni di sangue di altre specie c’è stato, non ci è dato saperlo, è possibile ma comunque ciò è “assolutamente irrilevante”. Quel che probabilmente invece è successo è stata “l’immissione di lupo più volte”. Il centro di domesticazione con alta probabilità è iniziato “dal bacino mediorientale, Nord Africa”. E la stretta relazione con l’uomo che questo animale finirà per avere è anche dimostrata dal fatto che con molta probabilità la “prima introduzione di un carnivoro alieno” da parte della specie umana in un nuovo territorio, proprio al cane è riferita “con lo spostamento attraverso lo stretto di Bering dei paleoindiani in Nord America”. E il Dingo? “Molto più tardi”, si parla di “5.000, 6.000 anni fa”. Il Dingo, ci vien da pensare, un cane che è nuovamente fuggito nell’attimo…
Parlando delle date cui far risalire la nascita della domesticazione del lupo, dell’avvento del cane, ci imbattiamo in una teoria di scuola statunitense, che stravolge queste tempi e, partendo da analisi di ordine genetico, posiziona questa data ben più indietro, finendo per parlare di ben 100.000 anni. Il prof. Boitani ci rispose durante il primo incontro ed è tornato a farlo. Allora, con aria scettica, ci disse che la teoria classica, che è quella maggiormente accreditata, si basa su rilevazioni di ordine morfologico e finanche genetico, con datazioni principalmente di tipo paleontologico ma non solo, e costruisce le sue radici su ritrovamenti. La teoria dei 100.000 anni “è un’idea per il momento da lasciar lì”, “se voi ascoltaste la maggior parte degli studiosi che si occupano di queste cose, sentireste che: la teoria è quella dei 13.000, 14.000 anni, poi c’è questa boutade dei 100.000 che, per adesso, la teniamo lì… in attesa”. “Io non ci costruirei sopra nulla, la metterei come un’idea che è venuta fuori recentemente ma assolutamente tutta da esplorare. Mentre l’altra è rinforzata da ritrovamenti, analisi di vario tipo, morfologiche, anche genetiche; quella dei 100.000 è solo un’ipotesi”. La teoria dei 100.000 anni, si basa su di uno studio di tipo esclusivamente genetico. Con “un calcolo a ritroso, con l’orologio biologico settato in modo predeterminato, dall’analisi della genetica si risale indietro fino alla separazione”. Il metodo si poggia su di una sorta di triangolazione temporale, identificando il distacco tra i due animali “sulla distanza genetica che esiste oggi tra cani e lupo e, calcolando qual è la velocità media di modificazione” risalendo “indietro nel tempo in cui dovevano essere uniti”. In questo metodo però tutto dipende “dall’accuratezza di questo orologio biologico predeterminato”. Dobbiamo inoltre pensare che la velocità di modificazione genetica è alterata quando esiste pressione selettiva artificiale; quando non si può più parlare di popolazione naturale. La domesticazione e l’allevamento, anche primordiale, introducono una variabile e di non poco conto. Dipende anche dagli animali che scegli ed il cane è tutta una “miscuglianza” causata dall’uomo.
A distanza di qualche anno, nel nostro ultimo incontro abbiamo ripreso l’argomento. Cos’è avvenuto in questi pochi anni, ci sono state elaborazioni, qual è l’atteggiamento degli ambienti scientifici?
“Ma, diciamo che, elaborata ulteriormente no, è stata attaccata, a ragione, da una serie di altri lavori, in particolare c’è un libro molto bello che è uscito due anni fa, di Ray Coppinger, …tutto sul cane, in inglese. Un capitolo intero è dedicato a smontare questa teoria…sul piano metodologico; è stato proprio sbagliato l’approccio e quindi il risultato è alterato.” Il settaggio dell’orologio biologico? “No, ma proprio il concetto stesso di misurazione di variabilità genetica su tempi così lunghi, cioè un’estrapolazione a tempi così lunghi di risultati della variabilità genetica non è una cosa fattibile secondo lui. Ma gli stessi autori non hanno mai più insistito, anche in pubblico non la dicono nemmeno”. La teoria dei 13.000 15.000 anni quindi “resta molto più plausibile, poi…”.

Il trovarsi di due nomadi, lupo ed uomo, cacciatori, sullo stesso territorio; lo scontro, poi anche l’incontro. La nascita del cane ed il formarsi di un forte legame, biologico ma anche culturale. Il portare dei cuccioli dell’odiato, rispettato, nemico al campo… Cuccioli che crescono e manifestano linguaggi così simili al branco degli uomini. E poi due gran giocatori. Perché “il gioco è necessario per tenere coeso il branco e per abbassare il grado di aggressività intraspecifica” per il lupo, ma pensiamo anche per l’uomo. Attraverso il gioco, probabilmente il sondare le possibilità di utilizzo. Partendo ovviamente dai caratteri del selvatico. E poi un animale, il cane, un po’ eternamente cucciolo, perché all’uomo tanto piacevano le caratteristiche del cucciolo e in quella direzione ha selezionato… “non è affatto insensato, anzi credo che sia proprio l’incontro di due cuccioli. E’ assodato che la gran plasticità umana sia di fatto una caratteristica infantile”. “Il grosso vantaggio di avere un eterno cucciolone” poi “è quello di avere un animale che si trova sempre in uno stadio di apertura all’apprendimento; in un adulto è come se si chiudessero le porte, quello che uno sa, sa… non s’impara più niente”. Il cane comunque ancor più che un atteggiamento da giovane mantiene un atteggiamento da subalterno.

IL NOSTRO SIBERIAN…

Figlio del silenzio / dell'attimo / Io, figlio rubato. Ora devoto. / Non sfuggirò l'uomo e vedrò all'orizzonte l'istante…

E guardiamo al nostro Siberian, a questo cane che amiamo credere un mezzo selvatico, all’animale dei Ciukci ed al suo utilizzo. Proprio con l’anima selvatica iniziamo, parlando di questo cane che vogliamo credere poco domesticato. Prendiamo a pretesto la prole che mediamente nei Siberian abbiamo osservato essere numericamente inferiore a quella di altre razze. Gettiamo lì la provocazione e… un numero elevato di cuccioli “è uno dei caratteri su cui l’uomo ha sicuramente lavorato”. Ma ciò vuol poter dire minore domesticazione? “No, è un carattere che è spinto verso la domesticazione, da questo però non vuol dire che tutto l’animale sia meno domesticato”. Cerchiamo ancora l’anima selvatica: ma forse il popolo che primordialmente l’ha selezionato ricercava in questo cane caratteri primitivi? “Io sarei ancora più cauto. Questo carattere non è stato spinto in nessuna direzione"..."io penso che ogni carattere vada preso singolarmente, non è che la sua presenza significhi che allora tutta la razza nel suo complesso sia più o meno domestica, più o meno manipolata...”. Durante la domesticazione erano selezionati e spinti i caratteri utili per quella cultura umana, quelli negativi repressi, quelli indifferenti ed accidentali lasciati “Nella selezione io stimolavo quei tre caratteri che mi servivano senza stare a guardare gli altri. Poi dato che molti caratteri sono collegati, selezionando per certi aspetti poteva capitare che mi venissero fuori altre cose che per l'utilizzo non m'interessavano ne' in positivo, ne' in negativo e così me le sono tenute; se poi pensiamo alla velocità con cui è andata avanti la selezione artificiale...” ovvio che “se un carattere era negativo cercavo di eliminarlo”. E parlando ancora di caratteri, presi singolarmente, interesse il prof. Boitani ha mostrato per la nostra osservazione sull’altissima frequenza con cui le madri rigurgitano cibo ai cuccioli in svezzamento, confermata anche da altri allevatori. “Mi piacerebbe anche saperlo” sarebbe bene conoscere se questa è una peculiarità del Siberian, “questo può essere un carattere rimasto”; uno di quei caratteri che ci siamo portati dietro perché indifferenti ai fini della selezione primordiale. Ed ancora, parlando di caratteri singoli, vediamo sfatata un’altra convinzione di molti. Alcuni credono che il Siberian Husky emani poco odore dal pelo poiché ancora molto selvatico, perché in questo modo l’ancestrale cacciatore non era identificato dalle possibili prede. Chiediamo se il lupo emani forte odore. “Beh l'odore che emana il lupo è quello grosso delle ghiandole perianali che è molto più forte di qualsiasi altro odore di cane, anche perché uno degli effetti quasi immediati della domesticazione è stato proprio quello di togliergli la 'puzza' rendendolo quindi più 'trattabile'. Poi, in molti cani, vengono fuori altri tipi di odori che sono dovuti magari al pelo, alla pelle, a ghiandole sulla pelle, però sono effetti anch'essi della domesticazione, anche accidentali, non quelli originali". Dobbiamo dedurre che quindi la caratteristica del nostro cane sia invece dovuta proprio alla domesticazione umana. Ed il prof. Boitani aggiunge “allora pensiamo alla volpe, una cacciatrice per eccellenza. Eppure quando è passata una volpe, se noi ripassiamo per lo stesso sentiero la avvertiamo immediatamente, l'odore è forte e permane anche per più di mezz'ora; per noi poi, figuratevi per gli altri animali!”. Quindi il lupo, a differenza del nostro animale, ma anche delle altre razze canine, emana un forte odore. Le tecniche per non farsi notare dalle prede sono quelle di tenersi sopravvento, di rotolarsi su carogne o altro fortemente puzzolente per dissimularsi. E quest’ultimo atteggiamento possiamo ritrovarlo anche nei nostri cani, come tanti altri derivati dal lupo: scalciare per marcare il territorio con l’odore delle ghiandole interdigitali, marcare con l’orina o lasciare escrementi su sassi…
Quindi dobbiamo pensare al nostro Siberian, come anche alle altre razze canine, come tutte in grande misura domesticate. I caratteri sono stati selezionati, ci riferiamo alla selezione primordiale, partendo da caratteristiche presenti nel selvatico. I caratteri utili sono stati tenuti ed affinati nella direzione dell’utilizzo, quelli non vantaggiosi si è cercato di eliminarli, molti sono rimasti intatti poiché indifferenti per il fine, altri ce li siamo portati dietro accidentalmente. E di nuovo ritroviamo la reciproca influenza. Poiché l’utilizzo è dettato soprattutto dalle culture in cui è introdotto il cane, magari dal rapporto di quelle stesse culture col lupo, culture che evolvono e vengono a loro volta, inevitabilmente, influenzate dall’utilizzo del cane stesso. Ecologia dell’uomo, del lupo e del cane; le scopriamo nuovamente legate da un profondo rapporto. Guardando al Siberian Husky, quindi, rileviamo molti dei caratteri del selvatico direzionati all’uso. In un cane in cui probabilmente, vista la natura dei suoi primi selezionatori, i Ciukci, molti dei caratteri del selvatico sono rimasti intatti poiché finivano per essere ininfluenti per il suo popolo. Lo ripetiamo: ciò non vuol dire che il cane sia meno domesticato, ogni carattere va preso singolarmente, vuol dire solo che molti caratteri non sono stati spinti in nessuna direzione (su altri si è lavorato, eccome!). Ed i Ciukci molto hanno ottenuto dal proprio animale.

…ED IL SUO LAVORO

Quindi, il cane dei Ciukci sarà stato usato ed affinato soprattutto per il traino; a loro volta questo popolo avrà sviluppato e migliorato le tecniche di conduzione delle slitte (ci risulta essere stato uno dei primi popoli ad usare il leader; prima i cani erano usati solo come forza motrice con l’uomo in testa) e, progredendo insieme al suo cane, avrà eretto il proprio castello di sopravvivenza. Indissolubilmente legato all’uso di questo animale, costruendo finanche un’iconografia ad esso legata, e quindi un aspetto culturale. Non è un caso: questo popolo seminomade non aveva praticamente nemici territoriali e nessun carattere del Siberian è stato spinto per renderlo un cane da guardia. La territorialità è espressa soprattutto in chiave intraspecifica, come nel selvatico.
Certamente i Ciukci nel loro animale avranno stimolato e ricercato quelle caratteristiche quali la bassa aggressività, il forte spirito di branco, la posizione gregaria, il desiderio alla corsa, forse la stessa indipendenza (necessaria in terre dove il pasto quotidiano era una scommessa), la resistenza fisica finalizzata a lunghe percorrenze a media velocità e medio carico (e quindi la morfologia conseguente del cane); certamente la caratteristica principe del selvatico, ovvero il risparmiare energie… “Si, risparmiare energie è una regola per tutti i selvatici”. Questo discorso torna ancora quando parliamo di pista, della caratteristica istintiva del Siberian di seguire una traccia “potrebbe essere la ricerca di passaggi semplici”. Quindi probabilmente un carattere mantenuto e potenziato per l’utilizzo, dalla domesticazione di questo cane. E poi la particolarità, vista nei lupi, di camminare in fila indiana “se la neve è fonda…”, sempre nell’ottica del risparmio di forze, tant’è che spesso la conta di un branco può avvenire in corrispondenza di una curva (fig 3) “la fanno a ventaglio”. Il comportamento del Siberian in traino, può essere assimilato a quello del selvatico? “Bisognerebbe vedere se i cani da slitta fanno lo stesso se sono fuori traino” ed anche il comportamento sotto curva, se ci riferisce ad una muta, è legato alla presenza delle linee e di un lavoro specifico “anche quando fa la curva il traino…chi sta dietro…”. L’osservazione di animali in un “lavoro regimentato” può alterare la valutazione. E questo vale anche quando riportiamo che nel posizionare i cani in una muta, spesso i dominanti devono essere posti dietro; non ci sono riferimenti guardando al lupo e le caratteristiche del lavoro obbligato rendono l’osservazione potenzialmente viziata.
Ma vediamo da cosa può essere scaturita la propensione al traino, da cosa può essere nato l’utilizzo del cane per spostarsi sui ghiacci, finendo così per condizionare interamente la vita di un popolo e del suo animale. Se per altri sviluppi la lettura è più semplice: caccia ovviamente dall’istinto stesso di caccia, conduzione del bestiame sempre dalla caccia, guardia dalla spinta territoriale. Ben più difficile è inquadrare il traino di slitte. Ancora una volta vediamo al gioco come alla chiave primaria, quella che ai due giocatori ha fatto sondare campi nuovi; l’incontro dell’uomo con un animale che fa del gioco una sua caratteristica. “Sono totalmente d’accordo, i lupi sono animali giocosi ed i cani rimangono animali giocosi”. E l’attitudine a trainare? “Non ne ho idea… forse il sentirsi costretto, reagire alla costrizione opponendo una spinta”. Pensiamo a come qualsiasi razza in definitiva se ci si pone in opposizione tenda a tirare. Di come un animale non condizionato al guinzaglio vada comunque in forte traino. "Più opponi resistenza e più quello tira". Molte razze sono e sono state usate al traino, molte nello sleddog e non tutte nordiche; sicuramente è una caratteristica insita nel cane, nel lupo e facilmente stimolabile. In un cane nordico, però, in un Siberian Husky, deve essere prepotente e mai mancare; per un animale che è nato soprattutto nell’uso del traino. Forse “un riflesso quasi condizionato all’inizio, poi…”. Sicuramente, sono nostre affermazioni, i Ciukci (e gli altri popoli che hanno usato cani da slitta) hanno selezionato anche su questa caratteristica. La scoperta del traino? Torniamo a pensarlo, forse scaturita all’inizio solo da un gioco.

ECOLOGIA UMANA: ED IL LUPO ADDOMESTICO’ L’UOMO.

Un'ombra nascosta, un inseguitore / Spesso inseguito.

Il lupo ha avuto un areale di diffusione, per quel che riguarda l’emisfero boreale, pressoché sovrapponibile a quello dell’uomo primitivo (fig 4). In Europa il lupo, il maggior predatore. Due animali nomadi, lupo ed uomo. Cacciatori. L’uomo poi, anche agricoltore, pastore. L’incontro, inevitabilmente lo scontro. Il cane, rubato al padre ed allevato nel campo. Il cane usato anche nei confronti dell’antico genitore. Ci ripetiamo, quello di lupo, cane ed uomo è un rapporto profondo che supera la sola interpretazione biologica. E’ un’influenza reciproca. Sulle culture umane che hanno incontrato il lupo, sul lupo ed anche sui cani che l’uomo ha selezionato per fronteggiare il selvatico. Tutto ciò ha creato, inevitabilmente, anche cultura. "E' anche bello da vedere sul piano culturale, io lo faccio sempre quando parlo dei lupi per mostrare come le culture europee abbiano avuto due tipi d'atteggiamento diverso nei confronti del selvatico. C'è tutta la cultura mediterranea, Italia, Spagna, Grecia, Turchia, che ha inventato nei confronti del lupo un cane da difesa, tipo il Maremmano Abruzzese, il quale non attacca, sta lì, ha un ruolo totalmente passivo. Ciò la dice lunga sul fatto che la gente pensasse che nel momento in cui il lupo non mi fa danno, può anche star fuori, non m'interessa. Invece tutte le popolazioni del Nord sono andate pesantemente all'attacco. Essendo tutti nomadi gli dava fastidio, a differenza delle culture mediterranee agropastorali stanziali. Ai nomadi il lupo dà fastidio, lo devi inseguire; e si sono inventati, ad esempio, il Borzoi, il quale è un cane da caccia al lupo costruito per inseguirlo e farlo fuori. E poi l'altro, fortissimo, l'Irish Wolfhound, che è una bestia pensata, costruita e selezionata per attaccarlo, addirittura sbranarlo. Quindi un atteggiamento assolutamente non più passivo. Da un punto di vista culturale è molto bello vedere come queste razze rispondano ad ecologie umane diverse". Quindi, semplificando possiamo dire che le culture stanziali agropastorali hanno avuto, almeno finché non sono poi evolute, contaminate o degenerate, col selvatico un atteggiamento passivo, di attesa. Un tenerlo a bada. Le popolazioni nomadi e cacciatrici, in competizione sul territorio, invece un feroce scontro. "Gli uomini nomadi venivano in contatto sempre con lupi diversi che non riuscivano ad adattarsi alla nuova situazione come invece succedeva nelle zone agricole; quindi lo scontro è sempre stato più violento". E sì, perché il lupo è animale estremamente adattabile, capace di apprendimento e se conosce gli insediamenti umani, di norma li evita, “quando il lupo sa com’è la situazione territoriale” si comporta di conseguenza. Guardiamo alla cultura mediterranea, in particolare all’Italia, come sono evolute le cose? "Finché c'è stato l'impero romano la valenza del lupo è stata ambigua positiva, senza problemi; la stessa storia della lupa nella fondazione di Roma è una figura ambiguo positiva. I segni iniziali si hanno nel primo Medioevo poi dopo con la chiesa cattolica che gli ha dato sotto, identificando il lupo col male". In fin dei conti il lupo inteso come anima del bosco, espressione della natura. Pensiamo a come queste forze, prima neutre, senza una valenza di bene o male siano poi, in particolare, è una nostra considerazione, coll’avvento del cattolicesimo (e del dualismo uomo, natura; bene, male) via via andate ad acquisire una valenza negativa. Nell’iconografia popolare finanche la rappresentazione del Maligno. "C'è stato un momento in cui l'uomo ha iniziato a vivere, per una serie di eventi, accidenti di tipo naturale ma anche psicologico e sociale, la natura in una maniera molto negativa, passiva, diciamo che l'ha subita ed allora il lupo è divenuto il simbolo delle forze più predatrici". Quindi il dualismo, l’anteposizione frontale e poi, fatalmente, lo scontro. "In tutto questo poi si somma il fatto che l'Italia sia stata invasa ripetutamente da popoli nordici che sono arrivati portandosi tutte le loro culture, le loro valenze ed inevitabilmente la loro immagine del lupo". Il male: pensiamo a come spesso si guardi al morso del lupo, ma anche del cane come ad un qualcosa di magico, di negativo. Di come, in certe zone geografiche, ancor oggi la carne di animali uccisi da cani o lupi sia considerata quasi maledetta e assolutamente mai consumata ma distrutta. "La carne è allupata" scherza il prof. Boitani. Ma le cose stanno in maniera ben diversa in questo caso. "Beh duemila anni di rabbia...", "fino a venti anni fa la rabbia endemica faceva un sacco di danni, e la rabbia ricordatevi che fino a più degli anni 50 era una malattia sempre mortale; è stata una delle malattie peggiori...". Una risposta molto più semplice, quindi. Paura giustificata da una memoria popolare, anche ora che la rabbia in Italia è pressoché debellata. Ma ancora un esempio, comunque, di come questi due animali abbiano accompagnato ed influenzato lo sviluppo culturale umano, la sua iconografia, la sua memoria. Boitani poi aggiunge una notazione interessante riguardo questa paura: "è come la reazione che la gente ha nei confronti dei serpenti; eppure con tutte le specie di serpenti che vi sono la possibilità che ti capiti una vipera è bassa. C'è proprio una predisposizione genetica all'apprendimento ad avere paura, non tanto alla paura di per se. Verso queste cose basta una piccola esperienza negativa e subito si blocca tutto quanto, si fissa la paura. Se non avviene nessun tipo d'esperienza resta la neutralità, però basta un nulla...e questo è molto ben studiato, ci sono moltissimi lavori su questa tematica, serpenti soprattutto, ragni..."

SE LA CULTURA NELL’UOMO… LA CULTURA NEL LUPO E NEL CANE?

Dicevamo che il lupo è animale estremamente adattabile, capace di apprendimento. Quanto l’apprendimento ha importanza nel lupo, nel cane? Parlavamo dei metodi di caccia del selvatico, dei sistemi di caccia su selvatici di buone dimensioni, in particolare sul cinghiale; animale che per altro ha avuto negli ultimi anni un notevole incremento numerico “la popolazione dei cinghiali è esplosa”, selvatico importante nella predazione del lupo. "Dire come questo selvatico cacci i cinghiali è un po' difficile, cambiando molto da situazione a situazione, comunque abbiamo visto, con la neve profonda, le tracce di due lupi che da soli hanno abbattuto un cinghiale di ottanta, cento chili. E' largamente nelle capacità di caccia del lupo prendere un cinghiale; se non lo fa è perché ha alternative migliori, più facili". Chiediamo quali tecniche il lupo usi, pensiamo al morso alla gola. "Il colpire alla gola non è così standard. E' molto più classico il colpo alla gola od alla nuca per un felino. Il leone, che attacca sia alla nuca sia alla gola, il ghepardo, che prende da sotto e soffoca non facendocela a staccare le vertebre cervicali come il leone, anche la lince che usa questa tattica. Nei canidi no, c'è una tecnica meno stereotipa, oserei dire meno fissata geneticamente e più intelligente. Un adattamento al territorio ed alla preda". Ad esempio sui grossi erbivori, soprattutto riferito ai lupi nordici, laddove il rischio di un calcio è molto alto, la tecnica è "quella di bloccare la preda, con un lupo che gli si attacca al muso e gli altri che colpiscono ai fianchi". Parliamo quindi di apprendimento. Di un set di nozioni che viene tramandato, che nasce dalla memoria dell’adattamento al territorio ed alle prede. Osiamo: si può parlare di cultura? "Parecchio, tanto...". Potremmo affermare quindi di trovarci di fronte ad una minicultura… "non la chiamerei mini proprio per niente; cultura. Perché cultura poi è una quantità di nozioni apprese e tramandate. Questa è la cosa importante. Quindi non è che ogni cane reimpari da zero; nei lupi ad esempio, i piccoli imparano tantissimo dalla madre; come comportarsi con le strade, con le case, con le persone oltre che con le prede. Questa già venti anni fa la utilizzavo come battuta: se io dovessi reintrodurre un lupo in Italia dalla Siberia, con le strade, le macchine, sarebbe incapace di qualsiasi adattamento, avendo una cultura di territorio, appresa con la madre, completamente diversa. Ed è il motivo per cui è impossibile introdurre lupi da altre zone geografiche. C'è tutto un set di informazioni immagazzinate e trasmesse culturalmente che gli consentono di vivere in un determinato ambiente. Come se mettessi dei lupi italiani di fronte ad un'alce, in Alaska, neanche saprebbero di che bestia si tratti, ne' come comportarsi; non fa parte degli insegnamenti appresi". Ed ancora, in riferimento agli ululati, agli abbai, che nel Siberian hanno probabilmente lo stesso significato che nel selvatico, abbaio come allarme e segno di nervosismo, ululato come segnale di coesione del branco (ehi sono qui!) e richiamo, che Boitani ci conferma variare da branco a branco nelle modulazioni, una sorta di sottolinguaggio appreso. Avevamo riportato la nostra esperienza di come molti Siberian modulino diversamente il proprio ululato, riprendendolo da quello della madre. E sì, “nei branchi di lupi, l’ululato cambia da posto a posto”. Il lupo, il cane quindi animali culturali. In grado di apprendere e di trasmettere quanto appreso, di tramandarlo. Ed i cani da slitta anche ci dimostrano ciò: quanto un cucciolone apprenda dai suoi compagni esperti una volta inserito in una muta, quanto un vecchio leader insegni al nuovo coleader messo al suo fianco; e senza l’intervento dell’uomo.

ANEDDOTICA

Il colloquio col prof. Boitani molto si è sviluppato ascoltando i nostri aneddoti, nella ricerca del filo conduttore dal selvatico al nostro cane. Aneddoti, soprattutto un pour parler, così fuori dalla riprova e dal metodo scientifico. Senza riferimenti statistici e semplici osservazioni. Il professore ci ha cortesemente ascoltato, anche con interesse, permettendoci le nostre digressioni, anche stimolandoci "io non butterei mai via tutta quella che è l'aneddotica, gli aneddoti, perché alla fine tante cose che sembrano non avere senso quando poi le metti insieme...", e poi, alle volte “già trovare paralleli in altre cose…”. Dobbiamo ringraziare il prof. Boitani per averci permesso di percorrere questa linea, di non pretendere un metodo più razionale, di aver cercato di rispondere. Così parliamo di escrementi fatti su sassi dai dominanti ed “è per marcatura, ancor più per informazione interna al territorio” per identificare dei punti di passaggio. Femmine che alzano la zampa (stile grammofono) per orinare se dominanti, ed abbiamo la conferma così come nei maschi abbiamo anche l’atteggiamento inverso, l’orinare con le quattro zampe in terra. L’urina nelle ciotole, o comunque la marcatura dopo aver mangiato, ed è come dire “questo è mio!”, ed è tipico di “tutti i canidi”. Parliamo di coprofagia, il mangiarsi le feci, che ci è sembrato seguire un andamento legato alla gerarchia (è un fenomeno che, ci sembra osservare, interessi i subalterni) ed il prof. Boitani, molto interessato, dice che non ci sono riscontri. Riportiamo di aver rilevato una maggiore affinità da parte di cuccioli di razze diverse, ma anche adulti, nei confronti di componenti della stessa razza e forse è possibile un’imprinting su forma e colore "che senz'altro esiste"… E poi, riferiamo dell’osservazione di aver visto che le femmine di un branco vanno in calore in maniera pressoché sincrona e forse usciamo dall’aneddoto: "avviene, non solo nei selvatici ma anche negli umani, è un classico, ad esempio, che nelle carceri femminili le donne abbiano le mestruazioni nello stesso periodo; è uno dei casi maggiormente studiati...". L’uomo, come il resto degli animali è parte integrante della Natura, la nostra visione troppo spesso è tolemaica e ci porta lontano da questo aspetto, quando guardiamo alla natura in senso dualistico, finanche quando pretendiamo di proteggerla. Poi, una semplice constatazione, e tutto crolla. Forse dovremmo riprendere un’antica strada, probabilmente dimenticata. Ma torniamo a questioni più immanenti; perché ciò avviene? "Principalmente perché il tutto è regolato per via ormonale - feromonale e quindi c'è una sorta di messa sulla stessa frequenza dei cicli di moltissimi animali ... la spiegazione del perché non è tanto robusta, essendo un'ipotesi e non esistendo riprova scientifica, ma è un fatto che avvenga. L'idea è che in quasi tutti gli animali ci sia un vantaggio nell'allevamento comunitario dei piccoli. Per le prede, che più figli fanno tutte insieme, più diminuisce il pericolo per ogni singolo piccolo da parte dei predatori, essendo tanti i cuccioli; un classico sono gli Gnu del Serengeti che partoriscono tutti i figli nel giro di dieci giorni, cuccioli che nel giro di altri dieci giorni diventeranno indipendenti (ed è una strategia di sopravvivenza). Per i predatori, dove spesso avviene per il vantaggio di un allevamento comunitario. Specialmente per un predatore come il lupo che caccia perennemente in movimento e non può permettersi di lasciare sempre qualcuno alla tana. La tana viene fatta una volta l'anno, per due mesi, poi tutti si rimettono in giro. Nel modello normale del lupo di viaggiare all'interno di un territorio, non c'è quello di restare fermi in un posto e di partire tutti i giorni di là ma quello che, quando viene fatta la tana si resta per due mesi tutti lì, intorno, poi per il resto del tempo si gira. Se ci fossero femmine che avessero estri in tempi diversi sarebbe un bel problema. Cosa che invece avviene più facilmente nelle Iene che hanno una tana unica, dove addirittura i piccoli sono messi in comune, ed una femmina, a turno, allatta tutti, compresi i cuccioli delle altre, con un'organizzazione quindi completamente diversa". Ci viene un’idea, e torniamo nell’aneddoto. Pensiamo a come nel cane il fenomeno definito volgarmente della gravidanza isterica, più propriamente pseudogestazione, sia, con sfumature anche ampie individuali, riconosciuto come fenomeno fisiologico; se ciò fosse un carattere presente anche nel selvatico non potrebbe essere che, vista la concomitante sincronizzazione dei calori, ciò predisponga le femmine subalterne al ruolo di zie (che contribuiscono alle cure parentali), facendole comportare come se avessero avuto una cucciolata? Nel lupo è la sola dominante a riprodursi "impedisce alle sottomesse di accoppiarsi", la pseudogestazione "avviene spesso, molto spesso" e "le altre femmine sicuramente contribuiscono alle cure dei cuccioli". Di nuovo poi l’attimo difficilmente carpibile "qualche volta le altre femmine aiutano nell'allattamento la madre, ma poi l'allattamento dura talmente poco..." e non possiamo ben sapere. Nel lupo "la pseudogestazione è una caratteristica strana, fuori non si vede nulla, non è che s'ingrossino le mammelle, però se uno fa le analisi ormonali le trova tutte come se...fossero gravide". Riprove scientifiche in questo senso però non esistono. In riferimento al cane Boitani sottolinea come comunque anche una cagna singola presenti l‘evento della pseudogestazione mentre questo fenomeno sarebbe da attendersi quando nel branco ci siano anche altre femmine, “dovrebbe avvenire in presenza di altre cucciolate”. Nel cane però, come per altre caratteristiche, questo potrebbe essere presente come carattere vestigiale, che ci siamo portati dietro durante la domesticazione, che nel lupo aveva un significato che nel nostro amico di tutti i giorni è andato perdendosi… "potrebb'essere, anche perché parliamo di cani che è tutta una miscuglianza fatta dall'uomo...". Di nuovo l’aneddoto fuori dal metodo scientifico, nuovamente un semplice colloquio molto piacevole e stimolante. Forse non poteva essere altrimenti. Come anche la nostra visione del lupo, probabilmente così poco scientifica e molto dentro i nostri condizionamenti culturali. L’attimo non carpito, lo spirito del bosco. Ne chiediamo scusa al prof. Boitani e lo ringraziamo per l’attenzione con la quale ha ascoltato i nostri ragionamenti fatti, presuntuosamente, ad alta voce.

I gialli occhi di un lupo osservano / Il suo silenzio è il soffio del vento.

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