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Impronte nella neve 2005

di Maurizio Guiducci
Pubblicato su La Rivista del trekking

Impronte nella neve sleddog trail

Febbraio 2005: Impronte nella neve, Alpi di Roma sleddog trail, traversata invernale di quattro giorni attraverso gli aspetti selvaggi del Parco dei Monti Simbruini. Cani, uomini ed impronte di lupo...



UN ULULATO LONTANO

Camposecco. Il cielo sereno, la neve sotto gli scarponi. Buio. Fiato dalla bocca reso solido dalla luce della frontalina. Sono fuori a guardare un’altra volta i cani, nervosi per questa prima notte all’aperto. Nervoso anch’io, figlio della mia solita nevrosi, a controllare ancora una volta, l’ennesima, lo stato degli animali, la loro corretta assicurazione all’area di stazionamento (lo stake out). Li controllo, uno ad uno, gli altri compagni all’interno del rifugio a preparare la cena. Ed allora lo sento. Tre volte. Due ravvicinati, uno più lontano nel tempo. Lontano. Ululati.
Ne vedremo, nei giorni successivi, impronte, presumibilmente di lupo. Qui, nel Parco dei Monti Simbruini dove è documentato un nucleo stabile di quest’animale. Ma quei tre suoni, in risposta ai lenti ululati dei cani, hanno una valenza soprattutto simbolica. Forse sono la metafora e l’essenza stessa di ciò che ci piace fare in compagnia dei nostri amici pelosi. Forse chiave del nostro stesso progetto. I cani? Mi trovo a pensare: il punto di congiunzione tra il nostro essere e l’anima selvatica, alle volte forse udibile, certamente inscrutabile. Probabilmente dimenticata.
Ed ora nuovamente a far progetti. A programmare la prossima traversata che presumibilmente si terrà sempre in febbraio.
Impronte nella neve, terre dei Simbruini Alpi di Roma Sleddog Trail, manifestazione organizzata e realizzata dall’associazione “Cani Avventura” coll’appoggio della società “Natura Avventura” e delle “Alpi di Roma”, si è svolta nel febbraio del 2005 ed ha fatto parte di un progetto più ampio che ha visto una mostra fotografica itinerante ed un convegno con la presenza di studiosi di fama internazionale, svoltosi a Cervara di Roma in maggio. E non a caso il tema del convegno era “lupo, cane, uomo; un percorso comune”.

LO SLEDDOG

La traversata, svoltasi attraverso percorsi invernali poco frequentati del parco, è stata realizzata in sleddog. E’ obbligatorio quindi spendere due parole su questa disciplina.
Lo sleddog trae origine in molti popoli artici, quali i Samoiedi ed i Chukci siberiani dove, via via, in modo sempre più raffinato, furono usati i cani nordici nel traino di slitte per spostarsi nei territori ghiacciati. E questi popoli, in terre alla “fine del mondo”, coi loro animali costruirono un castello di sopravvivenza; alle volte feroce, come feroce era, inevitabilmente, la vita. Ma i cani erano un fondamento sociale, anche culturale, fino ad entrare nell’iconografia mitologica stessa di quelle genti. Lo sleddog “moderno” origina nel continente Nord Americano, soprattutto con la corsa all’oro alaskana. Spesso, a quei tempi, così come già era stato nelle antiche terre siberiane, l’unico mezzo di locomozione possibile era una slitta trainata dai cani. Quindi, attualmente, è muoversi insieme ad una muta di compagni a quattro zampe che trainano sulla neve una slitta. La tua slitta. Urlare loro i comandi, sempre e solo verbali, e vederli cambiare direzione alla tua richiesta. E poi correre insieme a loro, spingere nelle salite, pedalare nei piani. Arrancare, durante le escursioni, nella neve alta. Ed i cani, quegli stessi che magari sonnecchiano pigri sul divano del salotto, compiono con gioia questo “lavoro”. Perché rispettare un animale è rispettare soprattutto la sua attitudine, è, in fondo, rispettare la sua natura biologica. E per capirlo basti l’osservare questi animali correre. Esiste anche uno sleddog agonistico, con competizioni, pure alle nostre latitudini. Ed un manipolo d’appassionati. Ma per noi, di Cani avventura, piace pensare allo sleddog guardando al suo spirito più antico. A questa simbiosi atavica tra cane ed uomo pur se oggi traslata su di un piano ludico. Ed è così il piacere di dividere insieme la fatica, possibilmente senza precise mete. Per noi, figli anche di precedenti esperienze di trekking, in fin dei conti ogni passo è solo funzione del precedente e conseguenza per il successivo, nulla più.

PER LA STESSA RAGIONE DEL VIAGGIO: VIAGGIARE (De André)

La “traversata”, che ha avuto il patrocinio del Parco Regionale dei Monti Simbruini, è partita da Campaegli, Cervara di Roma il 10 di febbraio e qui ha fatto ritorno il 13. Eravamo tre equipaggi con mute per ognuno di sei cani; Gianluca Del Piano, Antonio Viscardi ed il sottoscritto. Ci ha seguito la dottoressa Angela Pecorari, veterinaria, ed ha curato la guida (e la logistica) Domenico Vasapollo guida ambientale escursionistica della società Natura Avventura. Angela e Domenico ci hanno seguito con gli sci da fondo, alle volte in traino, spesso però anche più veloci di noi vista la consistenza quasi polverosa della neve che abbiamo trovato. Con i cani che affondavano, le slitte stracariche e noi che arrancavamo, chi con le racchette, chi tenacemente cercando di pedalare semplicemente con gli scarponi. E se c’è da dire che se Domenico sugli sci ovviamente volava, Angela ha mostrato una tenacia ed una forza non indifferenti vista la sua scarsa esperienza. Memorabile la sua dormita di quasi sedici ore dopo la penultima tappa. E sì, perché nostra scelta era stata affrontare quest’avventura forti solo delle nostre capacità e dei nostri cani, tutti Siberian Husky, senza avvalerci di mezzi meccanici battipista e di supporto. Siamo quindi partiti con slitte molto appesantite e la ricca stagione nevosa avuta l’altro inverno di fatto non è stata in questo caso benedetta. Neve altissima e polverosa. E seppur la scelta di non usare motoslitte d’appoggio era dettata anche da motivi d’impatto ambientale, nessuno di noi può negare di aver ringraziato, durante la seconda tappa, l’aver incontrato tracce di mezzi meccanici che con la neve battuta ci hanno consentito di chiudere la giornata ancora con la luce del sole quando tutti avevamo già pronte le nostre frontaline e ci aspettavamo di dover proseguire in parte nel buio. Il percorso in gran misura è stato ridisegnato durante la traversata, accorciato, in funzione della nostra bassa velocità, conseguenza del manto nevoso trovato. Ma questo, come detto, era nello spirito dell’evento.

UN BREVE RACCONTO

La partenza è avvenuta in sordina alla presenza d’alcuni guardiaparco. Nelle slitte avevamo tutto l’occorrente per noi e per i cani. Ciò vuol dire anche il mangime, la catena dello stake out (l’area di stazionamento) ed i paletti in acciaio per tenerla. L’acqua l’avremmo ottenuta sciogliendo la neve con i fornelli. Comunque un bel carico. I cani, come sempre urlanti prima d’ogni partenza, impazienti come se quella corsa fosse sempre unica. Ed ancora lo spirito dello sleddog e forse allegoria della vita. La neve, dopo il primo breve tratto battuto da un “gatto” ci mostrava subito ciò che ci saremmo trovati davanti. Gli auspici iniziali non erano buoni e Gianluca, sedando una zuffa tra i suoi cani (succede), rimediava un doloroso morso ad una mano. In più la mia imprudenza di andare in due, nei tratti in discesa, ospitando Angela in tandem con me sui pattini, mi costava la rottura netta di un pattino. Con imprecazioni e la serata passata a cercare di ripararlo in qualche modo. Il fuoco nel rifugio ed il sacco a pelo facevano dimenticare l’inconveniente. Il secondo giorno è stata la tappa più dura, ci ha visto anche dover “ripulire” dei tratti di sentiero dai rami caduti che impedivano l’avanzamento delle slitte, e quella delle provvidenziali tracce di motoslitta. Con i cani, e noi, prima arrancanti e dopo quasi al galoppo sui tratti battuti. Poi appena il tempo di raccogliere un po’ di legna caduta per il fuoco. Il ritorno ci ha visto meno affaticati anche perché potevamo per alcuni tratti sfruttare la neve battuta da noi stessi all’andata. E poi un punto ripidissimo dove i cani spronati ce la mettevano tutta e noi a caricarci, insieme a Domenico che se l’è caricate tutte, le slitte; letteralmente. Se le tre giornate iniziali erano state splendide, la quarta ed ultima tappa vedeva una leggera pioggerellina e neve “guazza” con i cani che però sentendo l’arrivo rendevano nullo il problema. E poi un sottile raggio di sole e nonostante tutto molta gente ad attenderci. Ho abbracciato qualcuno, forse Domenico. Gianluca ed Antonio coccolavano i loro cani. E poi un bicchiere di vino rosso, forte, con i cani ancora nelle imbragature e la stanchezza fino allora non sentita salire tutta insieme, in definitiva gradevole.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

Il percorso si è snodato all’interno del parco, ed è strano considerare che nonostante la vicinanza di zone altamente urbanizzate, Roma in testa, di fatto la zona percorsa in inverno sia per gran parte assolutamente non frequentata. Altissima la presenza della fauna e certa quella del lupo. I rifugi sono stati molto importanti e necessaria è la cura di queste “provvidenziali” strutture e beni collettivi. Peccato che la gestione “riservata” di alcuni di questi ci abbia creato problemi in fase d’organizzazione. Ma la zona era quella a più alta densità d’impianti di risalita...
Stiamo programmando il prossimo impegno, e già pensiamo alle mute del prossimo anno. A quei cani che invecchiati resteranno a riposo, che per un certo verso inizieranno a percorrere un nuovo sentiero; ai giovani indisciplinati che scalpitano, pronti già a combinare qualche danno. Mentre scrivo un ululato si alza dal mio canile.
Perché ogni punto d’arrivo, se mai esiste, non può che essere una nuova partenza. Perché la cresta raggiunta, la vetta sognata diventano solo terra sotto i nostri piedi, e passo verso una nuova guglia. Un ululato lontano e cadenzato; un passo dietro l’altro ed orme di lupo.

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