Uomini, lupi, cani: coesistenza con una specie salvata dall'estinzione - sintesi dell'intervento del prof. Paolo Ciucci a cura di Maurizio Guiducci - revisione prof. Paolo Ciucci
"Impronte nella neve 2005-2025" Olevano Romano 17 maggio 2025
La domesticazione del cane (Canis lupus familiaris)
Come, dove, quando? La domesticazione del cane è processo di anni e ad oggi non si ha ancora una risposta precisa di quando sia esattamente avvenuto. Tuttavia, a differenza del passato, ora abbiamo dati genetici e genomici che ci offrono maggiore chiarezza. Darwin, che si era interessato all'evoluzione degli animali domestici, con analisi comparative finì per affermare che forse non avremmo mai avuto una risposta certa riguardo all’origine del cane. Oggi, a differenza di allora, non solo conosciamo la genetica ma abbiamo il sequenziamento di tutto il genoma del lupo e del cane e questo ci offre la possibilità di conoscere il loro rapporto di parentela: le forme attuali di lupo e il cane hanno un antenato comune, una specie di lupo ancestrale oggi non più esistente.

Il cane deriva quindi dal lupo senza ombra di dubbio. Lo stesso Lorenz, che in un suo famoso libro (E l'uomo incontrò il cane) aveva affermato che l'origine del cane fosse polispecifica, con le razze canine derivate da diverse specie di canidi selvatici tra cui anche lo sciacallo, riconobbe poi di aver commesso un errore, fornendo un bell’esempio di come la scienza non si contraddice ma si rinnova e migliora continuamente. Il cane è la prima specie che viene domesticata dall’uomo. Ma perché proprio dal lupo? L'incontro di uomo e lupo, presumibilmente nel tardo paleolitico, è dovuto alle molte affinità in comune: territorialità, socialità, divisione di ruoli e condivisione di cibo, prole inetta che ha necessità di essere protetta, accudita ed educata durante la fase giovanile. Le convergenze tra le due specie (uomo e lupo) sono un motivo di un’evoluzione quasi naturale del futuro cane, anche se da questo incontro le due linee evolutive sono procedute per vie parallele. Dal sito archeologico di Pavlov, Repubblica Ceca, insieme a reperti di insediamenti umani risalenti a 24-25.000 anni fa sono stati rinvenuti resti di grossi canidi che mostrano alcune divergenze nei denti e nel cranio dal lupo. Sono stati chiamati cani paleolitici. Si suppone che in quel periodo, quindi molto prima dei 14-15.000 anni fa della teoria classica, ci fosse già stato un inizio di domesticazione. Non parliamo ancora di cane, men che meno di razze, in quanto si tratta presumibilmente di lupi più trattabili (tamed) che avevano preso l’abitudine di vivere associati agli insediamenti, molto probabilmente usufruendo degli scarti alimentari. Durante la maturazione del processo di domesticazione del cane si instaura a tutti gli effetti una simbiosi evolutiva con vantaggi reciproci quali utilizzo nella caccia e difesa delle risorse.

Da quell’inizio remoto, molto più recentemente, in epoca Vittoriana, un percorso di estrema specializzazione tramite selezione artificiale direzionale e mirata ha poi portato alla creazione delle 400 e oltre razze canine attuali. Ciò che è da rimarcare è l'enorme varietà, morfologica e comportamentale, all'interno delle razze canine, discendenti da un unico progenitore. Tale varietà che è sorprendentemente maggiore di quella esistente all'interno della stessa famiglia dei canidi selvatici, tra cui volpi, sciacalli, coyote, licaoni, lupi, etc. Interessante, a tal fine, è l'esperimento sulle volpi condotto fin dagli anni 50 del secolo scorso in un allevamento per pellicce in Russia dallo scienziato russo Belyaev nel tentativo di ripercorrere il processo che ha portato alla domesticazione del cane. Facendo incroci basati sul comportamento, ovvero incrociando selettivamente le volpi argentate che mostravano carattere più mansueto, nell'arco di pochissime generazioni (6-7) Belyaev si accorse che, in maniera affatto intenzionale, comparivano nelle generazioni successive caratteri morfologici quali orecchie flosce e macchie bianche oltre ad un comportamento simile al cane. Sorprendentemente, si osservavano anche altre modifiche di alcune caratteristiche fisiologiche, come la maturazione sessuale precoce e una fase di ricettività sessuale più estesa che nelle volpi selvatiche, esattamente come si è verificato nel corso della domesticazione del cane. Belyaev dimostrò che, di fatto, selezionando gli individui per un comportamento più docile, si finisce con l’ottenere individui in cui vengono modificate velocità e fasi dello sviluppo ontogenetico, con il risultato che alcune caratteristiche giovanili vengono mantenute anche in fase adulta. Tornando al tardo paleolitico, il contatto tra uomini cacciatori e raccoglitori e lupi, può aver portato dapprima alla comparsa di lupi maggiormente mansueti che, attraverso un ruolo attivo dell’uomo di selezione artificiale, ha poi portato gradualmente i primi lupi mansueti ad avere caratteristiche sempre più simili a quelle del cane. Da quel momento, una selezione artificiale intensiva per determinati caratteri utili all’uomo ha poi portato alla comparsa delle varie razze canine, creando il caleidoscopio delle razze odierne.

Il lupo (Canis lupus)
Il lupo attualmente non è più a rischio estinzione come pochi decenni or sono e, a livello globale, ha un areale amplissimo con presenza di almeno 240.000 individui tra Nord America ed Eurasia. Ampiamente eradicato dall’uomo in tempi recenti in Europa Occidentale e negli Stati Uniti, il lupo attualmente è nuovamente in fase di espansione in Europa ed è ben presente in Europa Orientale e nel resto dell’Asia. In Italia, dai 100 esemplari ad elevato rischio di estinzione negli anni '70, a seguito di campagne di protezione e interventi di tutela dell’habitat, la specie ha mostrato una imponente capacità di ripresa autonoma, tornando a ricolonizzare ampie porzioni dell’areale pregresso. Oggi si stimano almeno 3500 esemplari sull’intera penisola, incluse ampie porzioni dell’arco alpino. Le cause di questo successo sono da ricondurre alla protezione legale, alla protezione degli habitat critici, alla reintroduzione delle prede selvatiche, all'abbandono di campagne da parte dell'uomo e, soprattutto, alle grandi capacità di resilienza della specie dovute alla sue caratteristiche biologiche. Il lupo è una specie territoriale, con un territorio per ciascun branco ben delineato e difeso attivamente con metodi diretti (aggressione) e indiretti (ululato, marcatura con feci e urine). Il branco non è altro che un'unità sociale simile alla famiglia umana con un numero determinato di individui, formati essenzialmente dalla coppia riproduttiva e i cuccioli dell'anno e, se le risorse alimentari lo consentono, i giovani appartenenti alle cucciolate degli anni precedenti. All’interno del branco vige una sorta di gerarchia sociale che però non è basata, come si credeva una volta, su manifestazioni dirette di aggressività ma da relazioni essenzialmente di tipo affiliativo; le regole sono dettate dagli individui adulti che compongono la coppia riproduttiva che poi sono gli individui con la maggiore esperienza e cultura territoriale, e che quindi più di altri possono assicurare la sopravvivenza dell’intero branco. Le nuove nascite avvengono in primavera, verso la fine di aprile e maggio, e i cuccioli, inetti, vengono tenuti nelle tane e successivamente in siti detti rendez-vous per tutta l'estate. In questo periodo i cuccioli sono del tutto dipendenti dagli adulti per cibo e sicurezza. Una volta raggiunta un'autonomia e una taglia adeguata, solitamente verso la fine di settembre e ottobre, i cuccioli possono permettersi di mettersi in movimento col il resto del branco. Alla fine del primo o del secondo anno i giovani, se non rimangono all’interno del branco, si allontanano definitivamente dal loro branco natale, in maniera forzata o spontanea. Questi movimenti sono detti di dispersal, durante i quali i giovani lupi possono percorrere anche centinaia di chilometri alla ricerca di un territorio in cui stabilirsi e riprodursi con un esemplare dell'altro sesso anch’esso in dispersal e con cui dare origine a un nuovo branco. La mortalità durante il dispersal è alta. Questi movimenti sono stati ampiamente documentati con tracciamenti GPS o ricostruzioni con DNA tramite la raccolta di escrementi. Questa grande capacità di disperdersi sul territorio a rifondare branchi a distanze considerevoli dal proprio branco natale è il principale motivo dell'espansione recente del lupo in Italia, che è quindi avvenuta in maniera naturale senza il bisogno di ricorrere a interventi di reintroduzione come vogliono invece molte leggende rurali. Il fatto è che, mentre negli ultimi decenni il lupo ha mostrato queste grandi capacità di ripresa autonoma, l'informazione del pubblico nel nostro paese non è andata di pari passo, mettendo in luce il grande divario tra le acquisizioni recenti della scienza e ciò che viene divulgato. Ad oggi la popolazione di lupo nell’Italia peninsulare si può considerare satura, ovvero dove ogni porzione di territorio idoneo vede ormai la presenza più o meno stabile della specie. Essendo la specie territoriale, i singoli branchi tendono a non sovrapporre i propri territori che però vengono affiancati l’uno a l’altro a saturazione dell’habitat idoneo. Secondo una progressione temporale che risale fin dall’inizio degli anni '80 del secolo scorso, una volta che la catena appenninica è stata saturata da branchi territoriali, la specie si è espansa (sempre tramite giovani in fase dispersal) anche nelle regioni periappenniniche e collinari, arrivando ultimamente a frequentare anche le zone costiere e le periferie delle grandi città. Negli anni ’80 si pensava ancora che l'habitat del lupo fosse tipicamente montano e preferibilmente nelle zone poco accessibili all’uomo, ma in realtà ciò si è rilevata una convinzione falsa dovuta al fatto che quelle erano le zone in cui la specie era sopravvissuta all'intensa e continuativa persecuzione da parte dell’uomo in tempi storici prima che la specie venisse dichiarata protetta. A seguito della protezione legale e al successivo recupero della specie su scala nazionale, si è constatato che il lupo è in grado di ricolonizzare qualsiasi territorio, a condizione che non sia cacciato e che abbia a disposizione risorse alimentari in quantità adeguata. Dagli anni '90 in poi il lupo ha mostrato la capacità di colonizzare anche zone di pianura e periurbane, con conseguente scalpore sociale e la comparsa di una generalizzata preoccupazione da parte del pubblico. A questo punto una domanda frequente (e legittima) riguarda la presunta pericolosità del lupo. I dati a livello globale dimostrano tuttavia che la specie non è pericolosa, essendo il numero di attacchi alle persone, e tra questi in particolare quelli di natura letale, talmente pochi che non è possibile nemmeno produrre delle statistiche al riguardo. In ogni caso in queste situazioni di prossimità tra lupi e persone è fondamentale non facilitare il condizionamento alimentare della specie, attirandola volontariamente o involontariamente con ricompense alimentari di qualsiasi tipo. In un paese densamente abitato come l’Italia è bene che il lupo continui ad avere sempre e comunque estrema diffidenza nei confronti dell’uomo (come dovrebbero farlo tutte le specie selvatiche).

Innegabilmente, del resto, il recupero del lupo su scala nazionale ha acuito l’impatto sulle attività antropiche, in primis la zootecnia e, di conseguenza, il conflitto sociale tra chi propone soluzioni alternative al problema. È tra l'altro recente il declassamento dello status di protezione del lupo a livello europeo, con la specie declassata da 'rigorosamente protetta' (Appendice IV della convenzione di Berna) a ‘protetta’ (Appendice V). Essendo per natura un predatore, se il lupo ha a disposizione animali domestici non adeguatamente protetti, tenta di predarli in quanto sono molto più facili e remunerativi dal punto di vista energetico rispetto alle prede selvatiche. Ciò porta inevitabilmente a problemi economici e all'acuirsi del conflitto sociale. In queste circostanze vediamo poi che i media non aiutano, anzi spesso strumentalizzano questi eventi, mancando quindi nella loro missione di veicolare informazioni fattuali e finendo con il polarizzare ulteriormente il confronto sociale tra chi il lupo lo adora e di chi lo odia. Il lupo come specie non ha ovviamente responsabilità in questo scontro sociale che è un conflitto essenzialmente ideologico e a carattere antropologico tra una cultura di matrice rurale e una di matrice urbana. Si tratta di un problema sociale rilevante e che sarebbe compito della politica governare in maniera adeguata e in linea con gli obblighi di conservazione a livello comunitario.
Attualmente la gestione del lupo in Italia è realizzata attraverso una protezione legale di fatto essenzialmente teorica, mentre è la mortalità antropica, sia accidentale che illegale (bracconaggio) che è il maggiore fattore di controllo della popolazione. Non è questa una soluzione accettabile, sia dal punto di vista funzionale, in quanto i conflitti persistono e si accentuano, sia da quello etico e civile. I costi di questa gestione sono alti, la tensione sociale è crescente e in più, quest'assenza di attenzione crea problemi emergenti: in zone più antropizzate dove c'è forte presenza di cani (vaganti e padronali), la pressione del bracconaggio può creare frequenti casi di disfacimento sociale del branco; in questi casi le restanti femmine in età riproduttiva vanno in dispersal e sono quindi in grado di accoppiarsi con cani maschi aumentando il rischio di ibridazione. Dal punto di vista biologico cane e lupo sono la stessa specie, e danno quindi origine a ibridi fertili, sebbene siano profondamente differenti tra loro (vedi sopra Domesticazione). Gli ibridi possono poi accoppiarsi tra loro o con altri lupi dando origine al fenomeno dell’introgressione genetica (percolazione di geni di origine domestica nella popolazione parentale selvatica), fenomeno che se non adeguatamente controllato potrebbe dare origine ad un rischio di estinzione genomica per la specie. Sebbene ciò non sia stato ancora del tutto dimostrato con dati alla mano, così come l'ibridazione genera individui con aspetti morfologici intermedi tra lupo e cane, ci si potrebbe attendere la stessa cosa anche con caratteri comportamentali e fisiologici (come per esempio la riproduzione). In un branco di lupi ibridi in Calabria, due individui erano morfologicamente simili a lupi mentre un’altra femmina adulta aveva l’aspetto tipicamente da individuo ibrido. Non solo, in questo branco si sono rilevati comportamenti sociali anomali (minore coesione, assenza di cure alloparentali) ma, soprattutto, tutte e due le femmine nel branco si sono riprodotte. In più, la femmina apparentemente ibrida si è riprodotta con due-tre mesi di anticipo rispetto alla data canonica di nascita dei cuccioli in Italia. Le implicazioni di questo a livello di popolazione sono rilevanti e preoccupanti. Tuttavia, ad oggi sappiamo pochissimo dell’ecologia e della storia naturale degli ibridi tra lupo e cane e, di fatto, l’argomento rimane tabù su scala nazionale, probabilmente per le sue complesse implicazioni gestionali e sociali. Di fatto si fa finta di nulla ritardando la possibilità d'interventi di mitigazione del fenomeno. Tuttavia, in alcune aree di studio dell'Appennino Tosco Emiliano abbiamo stimato, a titolo di esempio, che la popolazione locale di lupo è caratterizzata da una percentuale di ibridi tra il 50% e il 70%, mentre a livello dell’intero arco appenninico tale proporzione potrebbe essere dell’ordine del 30%.
La conclusione è una domanda: possiamo quindi dire che il lupo in Italia sia stato un successo di conservazione? Qualsiasi sia l’opinione di ciascuno di noi, sicuramente andrebbe fatta più informazione. Il lupo è una specie iconica ed è fondamentale circolino più informazioni di carattere scientifico e meno propaganda. Il futuro ci riserva grandi sfide di conservazione: il problema non è più tanto la tutela del lupo come se fossimo ancora negli anni ’60 del secolo scorso, ma trovare soluzioni di coesistenza funzionale tra uomo e lupo in un paese densamente antropizzato.
