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Problematiche d'allevamento, pressione selettiva e biodiversità

di Maurizio Guiducci
Pubblicato su Ti presento il Cane online di Valeria Rossi

L’allevamento cinotecnico moderno, ma già la selezione primordiale effettuata dall’uomo e che ha staccato questa costola cane dall’ancestrale selvatico, facendone animale peculiare, diverso, domestico ed ausiliario nel lavoro, nel suo agire utilizza/ha utilizzato una pressione selettiva nella scelta ed impiego dei riproduttori. Ciò incide su ciò che otteniamo, morfologicamente e geneticamente, ed inevitabilmente sul pool genico e sulla biodiversità (leggi ricchezza di variabilità genica, ovvero maggior possibilità di rispondere all’ambiente; in definitiva un set enzimatico ricco e variabile).


Nel moderno allevamento ci troviamo davanti al problema di avere un cane in Tipo (ovvero un cane perfettamente riconoscibile appartenente alla sua razza, insomma il più possibile aderente allo Standard), un cane sano da un punto di vista di patologie ereditarie (ovvero, il più sano possibile visto che stiamo parlando di esseri viventi, noi non abbiamo la palla di vetro, e non stiamo fabbricando scarpe) ma anche mantenere alto il grado di biodiversità (ricchezza genica).
Quando parliamo di pressione selettiva, non possiamo non guardare a quella che è la situazione genica di una razza. Insomma dobbiamo trovare il giusto compromesso tra le tre necessità.
Sfogliando una vecchia rivista, non più editata (Cinologia, marzo 1996) e che era delle Edizioni Scivac, destinata ad allevatori e veterinari, coll’intenzione di creare una sorta di (auspicabile) ponte, leggiamo in un articolo “si stima che in Svezia il tasso di consanguineità media tra le varie razze di cani sia attestato sul 14% ossia al di sopra del coefficiente di discendenza tra fratellastri. Si calcola che ogni animale possa veicolare, nel suo patrimonio genetico personale, 2 o 3 tare ereditarie”. Non sappiamo quanto questa affermazione sia valida, quali studi reali ci siano dietro e quanto magari possa essere strumentale, di fatto comunque ogni razza ha un bacino d’origine (cani fondatori) abbastanza ristretto. E’ quindi presumibile che il bacino genico difficilmente sarà particolarmente ricco.
Attenzione, e questa nota è di dovere, quando parliamo di tare ereditarie (quindi di possibili malattie ereditarie) non dobbiamo pensare i meticci siano fuori da questo contesto. Il meticcio è crogiolo di più razze e spesso veicola i problemi di queste. L’unica differenza è che per i meticci non esistono studi dettagliati come quelli delle razze riconosciute e studiate.
Che problematica quindi ci ritroviamo in allevamento, quando decidiamo gli accoppiamenti, quando facciamo selezione?
Ultimamente, e sempre di più, conosciamo le patologie ereditarie tipiche di ogni razza, sempre di più abbiamo mezzi diagnostici fini per riconoscere gli individui malati, alle volte anche i portatori.
Per la tipologia, lo Standard è lì... (e l’utilizzo nel lavoro anche!).
La selezione porta inevitabilmente ad una pressione sul pool genico, favorendo dei riproduttori e scartandone altri. Qual’è il giusto compromesso?
Considerando i problemi di possibili tare ereditarie (che ogni allevatore, noi per primi, ed ultimamente ne siamo rimasti ancora scottati, si trova durante la sua vita davanti), considerando la già comunque bassa biodiversità insita, la necessità di avere un cane in Tipo, ci porta a trarre delle conclusioni che vogliamo riassumere. E cerchiamo di dividerle per i due punti base (tipicità e pulizia per le tare ereditarie) in relazione alla necessità di tenere alta la variabilità genica (biodiversità, in definitiva la “forza” della razza).
Nella selezione morfologica non usare troppo gli stessi maschi in riproduzione (le femmine, grazie al cielo, sono autolimitanti... tranne non siano messe in batteria, ma stiamo parlando di allevatori e non di canari). Sì, un maschio megacampione vende bene i suoi cuccioli, però, decidiamoci... Ricordando poi che megacampione non vuol dire automaticamente “buon razzatore” visto che cani “medi” alle volte si dimostrano molto più buon riproduttori del cane pluripremiato (ed anche per questi comunque vale la stessa considerazione, non eccedere nelle monte).
I ritorni in consanguineità, che sono pratica e contro cui non siamo (e a volte usiamo come tutti), vanno utilizzati quando effettivamente c’è un’indicazione utile, non troppo e non troppo stretti. Vagliando con molta attenzione i riproduttori (e collaterali, ascendenti e discendenti). Ricordiamo anche che per fissare un carattere non esiste la sola via della consanguineità: un carattere morfologico, presi i due riproduttori, tende a seguire una curva gaussiana (maggiore sarà la discendenza nella media per quel carattere, minori gli estremi); è una via più lunga e complessa ma da tenere sempre in considerazione (ed anch’essa utilizzata in allevamento).
Non selezioniamo per caratteri secondari quali il colore degli occhi (parliamo di Siberian) o del mantello. Ma anche qui parleremmo di nuovo di canari e non di allevatori.
Ultimo e non ultimo, non andrebbe ricercata l’ipertipicità (anch’essa spesso vincente in expo) che oltretutto, qui lo diciamo e lo ripetiamo, spesso entra in contrasto coll’attitudine e funzione lavorativa. Anche qui, capiamo, la scelta è difficile.
Nella selezione per le tare genetiche, dobbiamo trovare il giusto compromesso, soprattutto quando ci troviamo davanti a patologie a carattere recessivo (quindi con una discreta percentuale di portatori sani NON MALATI nella popolazione). Quelle dominanti sono facilmente limitabili anche se più eclatanti (statisticamente metà dei figli di un malato eterozigote incrociato con un partner sano sono malati, gli altri completamente sani) poiché basta togliere i soggetti che mostrano la patologia dalla riproduzione.
E’ ovvio che ogni patologia verrà vagliata in base alla diffusione che ha nella razza, alla sua gravità ed in base all’esperienza d’allevamento.
Anche qui una pressione eccessiva è deleteria e porta più danni che benefici. Se i malati vanno tolti dalla riproduzione, ad esempio studi condotti sulle pecore hanno dato una riduzione del criptorchidismo del 18-28% soltanto eliminando tutti i soggetti malati dalla riproduzione (ed il criptorchidismo, oltre ad essere una patologia a carattere recessivo è anche mascherato dal sesso – le femmine omozigoti, equivalenti ai maschi malati, non sono identificabili e quindi il valore è sottostimato – e non ci sembra un risultato da poco) alla luce di quanto detto sul coefficiente di consanguineità, del ristretto numero di cani fondatori, della concomitante pressione selettiva sul Tipo, i portatori (ancor più i sospetti portatori, ad esempio i figli di due animali sani ma portatori – 50% di possibilità di esserlo loro stessi) vanno considerati e spesso usati. Perché se è vero che “qualsiasi tipo di programma eugenetico che abbia lo scopo di ripulire la popolazione di un recessivo deleterio eliminando gli omozigoti recessivi è praticamente impossibile” (Suzuki & Griffths - Genetica – Zanichelli) la pressione selettiva risulterebbe pesante ed un programma volto ad individuare i portatori sani di un recessivo deleterio, richiederebbe una mole d'osservazioni e di anni improponibile (Feldman & Nelson - Canine and feline endocrinology and reproduction - Saunders).
Insomma il togliere drasticamente tutto ciò che è sospetto ma sano, se da un lato non porterebbe comunque all’eradicazione completa di una patologia dalla popolazione, dall’altro, riducendo, ancor di più nel contesto di una razza selezionata, la popolazione genica effettiva (la ricchezza della varietà genica e non il numero totale degl’individui), farebbe emergere sicuramente altre patologie, fino a quel punto minore ma presente, e nel contempo impoverirebbe il pool genico della razza. In pratica, diminuirebbe la sua biodiversità, finanche a poter arrivare, agli estremi (esageriamo così ci capiamo meglio!), a quello che in biologia è definito collo di bottiglia con un impoverimento tale da non consentire “ritorno”. Di fatto anche se sani, i cani non sarebbero “sani”. Con un pool enzimatico poco variegato e ridotto sarebbero in “balia” dell’ambiente, di fatto si avrebbe una fitness (non si tratta di palestra ma di “successo riproduttivo”, robustezza della razza) ridotta.
Il gioco vale la candela? Noi siamo dell’idea che i portatori (sempre vagliando patologie, incidenza ecc.) ed ancor più i sospetti portatori, vadano usati con le dovute attenzioni e sicuramente con attenta parsimonia.
Per correttezza dobbiamo dire che spesso i clinici (veterinari) non concordano in questa visione. Un veterinario però è appunto un clinico e non un biologo popolazionista o genetista ne’ (e sì, vogliamo riconoscerci anche uno straccio di competenza?) un allevatore. Ancor più se specialista. Tende a vedere la patologia in se’ ed i rimedi in se’, rischiando di perdere di vista la situazione globale della popolazione canina in questione (indice di consanguineità, numero effettivo di popolazione genica, altre tare genetiche presenti – vedi l’affermazione ripresa da “Cinologia” messa in testa all’articolo). E sia chiaro, non è una critica (proprio non vuole esserlo!), è una valutazione che ci sentiamo di fare. Anzi, il confronto auspicabile tra veterinari, allevatori e magari (sì, sì, sì!) biologi, di certo non guasterebbe nel dettare protocolli di comportamento.
Però utilizzare portatori... e torniamo alle note dolenti. Se sottintesa è l’esecuzione di tutti i controlli volti ad identificare i soggetti malati, per utilizzare correttamente dei portatori senza grossi rischi è necessario, condicio sine qua non, avere un quadro preciso dei riproduttori utilizzabili. Ovvero sarebbe indispensabile un corretto scambio d’informazione tra allevatori. E su questa nota continuiamo dolentemente a battere. Troppa è da sempre l’omertà e troppi, da sempre, i pettegolezzi. Quel che sappiamo dei nostri riproduttori certo non basta.
Continuiamo ad essere utopici, probabilmente, e lo siamo stati forse anche quando abbiamo parlato di selezione nella tipologia.
Dobbiamo dire, ad onor del vero, che qualcuno che ci ha dato informazioni sui suoi cani alle volte lo abbiamo trovato e ciò ci fa estremamente piacere (e gli dobbiamo grande stima).
E’ vero che, dopo, più o meno, vent’anni di allevamento, iniziamo ad essere stanchi e ci chiediamo, sempre con più insistenza: ma il gioco vale realmente la candela?

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